venerdì 26 agosto 2011

sonata in sol minore


La musica, una delle grandi scoperte dell’uomo e sicuramente una delle più misteriose. Se la pittura descrive il visibile, l’arte in generale spiega la natura dal punto di vista dell’umanità, ma musica ad oggi è ancora un mistero. Non si sa cosa l’uomo traduca effettivamente con questo linguaggio, melodie con leggi così complesse e suoni orchestrati e mescolati tra loro in una sinergia così profonda non esistono in realtà. I più grandi teatri naturali del mondo: le foreste, le savane, gli oceani non; hanno cori di suoni indirizzati tutti in un medesimo punto.
La musica è, quindi, per l’uomo un mistero tanto grande, forse, quanto la sua esistenza. 
                In questa vita di misteri, tra tutti questi misteri che poi perdiamo anche l’interesse a svelare, facendoci stordire dal fascino stesso di quello con cui abbiamo a che fare, capita di imbattersi in uomini, di vivere situazioni o di sapere di chimere che custodiscono un fascino ancora più profondo dell’esistenza stessa, forse perché in realtà la sfumano rendendola preziosa, più preziosa ancora.
                Uno dei meriti che la musica possiede è di avere avuto al suo servizio uomini veramente dedicati, uomini pronti all’estremo sacrificio per soddisfare i capricci di una Dea così sfuggente, ma nello stesso tempo presente in ogni istante della vita di tutti gli esseri viventi, eletti e non eletti.
Col passare dei secoli l’arte umana della musica si è perfezionata e ha trovato in uni periodo storico un grande profeta: Mozart,  Beethoven, Bach, Verdi, Rossini e tanti altri. Ognuno di questi grandi uomini ha portato il suo contributo alla musica e ha scritto il grande poema musicale che l’ha consacrato. Nel 700 uno dei più apprezzati compositori di tutta l’Europa era l’italiano Giuseppe Tartini. Quest’uomo, legato indissolubilmente alla sua composizione più famosa “il trillo del diabolo” nasconde tanti misteri e mutamenti, segreti e cambiamenti che lo legano indissolubilmente a quel tagliente freddo di mistero che a volte prende pieghe oscure e si getta nel terrore, nel blasfemo, nell’orrido nero. Ma che presenta anche una redenzione morale e spirituale che danno il giusto contrappeso al caos che le sue opere e il suo ostinato lavorare ai suoi spartiti, col tempo ha prodotto.
                Nasce il 12 aprile del 1692 a Pirano, ora in Slovenia, da una benestante famiglia del tempo. Riceve fin da giovane un educazione religiosa e completa: impara con facilità la scherma e i concetti base della musica classica; col tempo, inoltre, si dimostra un brillante studente e riesce, senza troppe difficoltà a diventare dottore in legge. Vive, in pratica, l’inizio della sua vita, ben lontano da una completa devozione all’arte della musica. Il suo carattere è violento e scorbutico, la famiglia vuole che prenda i voti e diventi un uomo di chiesa, ma questa richiesta viene bocciata e Tartini viene mandato all’università di Padova, dove, come abbiamo detto, si laureerà. A interessarlo però è l’arte della scherma, non la musica, ma non realizza questa aspirazione a causa del sua amore per la donna che poi sposerà. Viene abbandonato dalla sua famiglia a causa di questo amore e anche la famiglia della sua amata lo cerca con l’intenzione di ucciderlo, lui stesso poi è costretto ad abbandonare il suo amore e a spostarsi a Roma per trovare un modo per non farsi uccidere. Nei pressi di Roma riscopre l’amore per la musica e perfeziona i suoi studi col violino. Suona in varie chiese, nascondendo il suo volto dietro a una tenda. In una di queste chiese è proprio una tenda caduta a tradire la sua identità e a farlo temere per la sua vita, a causa delle minacce ricevute dalla famiglia di sua moglie, ma fortunatamente viene sorpreso del contrario, riconosciuto infatti gli viene rivelato il desiderio di perdono offertogli dalla famiglia della sua consorte, con la quale, dopo tanto, può di congiungersi.
Dopo tanto penare i cambiamenti nella sua vita sono tanti: il suo carattere ora è più docile e più temprato, i suoi obbiettivi ora sono definiti e chiari: mettersi a disposizione della musica e diventare la più grande firma del panorama musicale del 700 scrivendo quell’Opera che lo consacrerà ai secoli. Da quel momento in poi la sua vita è un via vai di corti e mecenati, che gli permettono di dedicarsi pienamente ai suoi studi, anche se non con poche difficoltà. Ad Ancona diventa un maestro di musica del teatro La Fenice, e proprio qui fa grandi scoperte sulla propagazione del suono, scrivendo come trattato il “terzo suono”, che spiegava la risonanza della terza nota di un qualsiasi accordo. Dopo Ancora si sposta nuovamente in altre corti e alla fine della sua vita sono note le sue grandi competenze, è noto il suo trascorso come uomo, sono tanti i nomi di grandi musicisti che da lui sono stati iniziati all’arte della musica ma è sconosciuta al mondo la sonata che lo consacrerà nei secoli. Il 26 febbraio del 1770 muore a Padova, in condizioni umili, sotto le cure del suo allievo prediletto, Nardini. Gli scritti, la sua produzione artistica e tutti i suoi trattati vengono affidati alle cure del suo protettore, il conte Thurn und Taxis, il quale segregò il suo studio non permettendo a nessuno di entrare e a nessuno scritto del maestro di fuoriuscire.
                La fama del suo trattato, il “terzo suono”, però, risuonava ancora e molti artisti del tempo chiedevano sempre con più insistenza di poter studiare altri scritti del grande maestro. Quando vennero accontentati e il suo studio fu riaperto la sorpresa fu ancora più grande di quello che ci si aspettava. Infatti tra le miriadi di spartiti presenti e tra i tanti scritti e studi realizzati dal grande e compianto artista era in bella vista, al centro del muro dietro la sua scrivania, l’Opera per eccellenza di questo grande compositore, l’allora nota sonata per violino in sol minore. Tra gli scritti personali del maestro vi era anche la spiegazione di come questa musica fosse nata e del perché in vita sua egli non l’avesse mostrata ancora. Le parole del maestro erano e sono ancora inquietanti.
Egli stesso racconta del suo desiderio di poter scrivere l’opera che lo consacrerà e di quanto ha lavorato per trovare una direzione da dare a questo componimento, direzione che per l’artista era sempre da criticare e da abbandonare. Gli studi erano tanti e i tentativi estenuanti: la voglia di potersi affermare, di poter dare il giusto e personale contributo alla scienza della musica era tanta, ma i risultati non all’altezza. Una notte, racconta l’artista, lo studio si era prolungato fino a tarda ora e le forze lo avevano abbandonato portandolo in uno stato di veglia. Stato da quale bruscamente venne svegliato da una musica perfetta, la musica che lui stesso stava cercando di comporre era lì davanti a lui e risuonava nella stanza vicino la sua camera da letto: il suo studio. Fu preso da stupore e dal desiderio di avvicinarsi allo strumento che la emetteva per coglierla meglio, per nutrirsi di essa e del suo messaggio, di corsa quindi si avviò verso lo studio. Oltrepassata l’uscio d’ingesso e chiusa la porta dietro le sue spalle, la scena che si trovò di fronte fu a dir poco spaventosa, agli antipodi della bellezza delle note che risuonavano. A muovere l’archetto del violino e ad esibirsi non era un uomo bensì il diavolo stesso. La mente di Tartini era entrata in panico: la musica lo incantava, la visione di quell’essere gli turbava lo spirito e il corpo, e questo stato d’angoscia gli causò uno shock così grande da farlo cadere a terra privo di sensi. Quando il giorno dopo riprese i sensi, ricordava perfettamente quello che la scorsa notte aveva visto, anche se non sapeva se fosse stato un sogno o una lugubre realtà. Ma la cosa che gli premeva indubbiamente più di ogni altra era quella di ripetere quella melodia e di portarla su carta per renderla al mondo. Questa fu l’intenzione, ma il risultato non fu altrettanto roseo: per quanto il grande Tartini provasse a riprodurre la melodia che lui stesso aveva ascoltato, il risultato non era, da lui stesso, da definire soddisfacente. I suoi tentativi non facevano onore all’essenza di quella così profonda sonata per violino. Per tutta la sua vita, forse fino a poche ore prima di morire, il maestro non fece altro che cercare di emulare quello che la sua mente sicuramente aveva visto: quell’opera che l’avrebbe consacrato nell’olimpo della musica di tutti i tempi. Ciò che è pervenuto a noi, non è quindi il prodotto finino dello studio di un grande compositore, ma semplicemente l’ultima fatica di un uomo che per tutta la sua vita, passando dall’inferno dei suoi difetti più grandi e trovando la redenzione nelle piccole cose della vita, ha incontrato, per scherzo della mente o volere del destino, come musa ispiratrice quel demone che non ha potuto averlo e che per tutta la sua vita l’ha segregato in uno spazio più ristretto rispetto a quello che Tartini stesso meritava, lontano dalla gloria e dalla fama nei secoli.

La musica fa da sottofondo ad ogni vita, riempiendo con interessanti sfaccettature e grandi prospettive i momenti più difficili da superare. Ogni cosa ha la sua canzone: ogni albero, ogni animale, ogni storia d’amore, ogni film e ogni libro. Questo Sclavi lo sapeva bene. Quindi quale musica migliore da usare come coreografia alla sua creatura, Dylan Dog, se non una musica ricca di un così grande mistero; un mistero, che come abbiamo detto, da più valore al segreto stesso della vita, che resta anch’esso un mistero. Nella sua contaminazione culturale Scalvi ha preso tanto da ogni cosa e ha dato anche tanto. La sonata non è inoltre l’unica macchia scusa che si nota sulla tela del grande fumetto di Scalvi. Lo stesso clarinetto di Dog, ha una storia che lo rende misterioso quanto la musica stessa che ne fuoriesce. Questo strumento è anch’esso misterioso, è stato infatti acquistato da Groucho nel varco spazio-temporale che si nasconde dietro l’insegna del negozio “Safarà” e che, si pensa, conduca in una zona del inferno. Dylan di suo usa questo flauto per rilassarsi, e lo fa suonando, appunto la sonata in sol minore, a modo suo s’intende. Modo che non è molto apprezzato dal suo assistente e che, forse, rappresenta il giusto contraccolpo che Groucho deve pagare a Dylan per tutte le pessime battute che questo è costretto ad ascoltare ogni giorno. Inoltre si pensa che ne esistano due di clarinetti, infatti nel primo episodio di Dylan Dog, l’alba dei morti viventi, si vede un altro clarinetto che esplode mentre Dylan tenta di suonare la sonata in sol minore, nel secondo numero della serie, jack lo squartatore, fa la comparsa il clarinetto di cui abbiamo parlato inizialmente; inoltre, nel numero venticinque della serie, dal titolo Morgana, è proprio la madre di Dylan che riporta al figlio il clarinetto che nel primo numero era riesploso. Il discorso è però controverso, visto che i due clarinetti non si sono mai visti contemporaneamente in una storia dell’indagatore dell’incubo. A parte questa piccola sfaccettatura, dovuta forse a scelte personali dell’autore che forse, chissà, avranno conseguenze sul destino del nostro old-boy; dobbiamo dire che un ruolo di primo piano ricopre sicuramente, nella costruzione del personaggio, questo lato dell’universo narrativo scelto da Scalvi. Una cosa è sicura: senza la musica noi non saremmo quello che siamo, ognuno di noi ha la sua canzone, che lo spiega e completa, e sicuramente anche Dylan senza le sue stonatissime note della sua strapersonale versione del trillo del diavolo, non sarebbe il personaggio di spicco che è. Il ragazzo che un po’ tutti noi che lo leggiamo vorremmo essere: sia per la vita, sia per i casini, che per le donne che ha la fortuna di riuscire sempre a conquistare.

Francesco “Pindaro” Diana.